da Martina Franca: Pellegrine in Valle d’Itria, alla festa dei santi Cosma e Damiano ad Alberobello - La Festa dei Santi Medici di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano-La Basilica

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da Martina Franca: Pellegrine in Valle d’Itria, alla festa dei santi Cosma e Damiano ad Alberobello

Creato: Mercoledì 12 Marzo 2014 19:30 | Ultima modifica: Sabato 13 Dicembre 2014 18:02 Pubblicato: Sabato 12 Dicembre 2014 18:32 |
di Maria Teresa Acquaviva  [213]

ra un pomeriggio d’autunno della prima decade di ottobre del 2010 quando decisi di intraprendere anch’io il viaggio a piedi ad Alberobello, in occasione della festa patronale dedicata ai Ss. Medici Cosma e Damiano. Il loro culto è antico nella città, introdotto nel XVII secolo dal conte Gian Girolamo Acquaviva, la cui venerazione di un dipinto su tela dei Santi, in un’antica chiesa, innescò una sorta di pellegrinaggio durante i festeggiamenti che, evidentemente, attecchì al punto da diventare una tradizione tuttora sentita fino a coinvolgere il popolo dell’intera Valle d’Itria. Sebbene la festa duri tre giorni, il pellegrinaggio si protrae per circa un mese e consiste nel raggiungere a piedi Alberobello, di notte e di giorno, da tutti i paesi limitrofi percorrendo le vie comunali che attraversano la Valle d’Itria, vie che riservano incantevoli paesaggi. Compagna di viaggio era una mia amica, Loredana, entrambe mosse più che da fede e devozione cristiano-cattolica da un interesse per la tradizione che nel mio caso confluiva nei miei interessi professionali.

Partite da Martina Franca c’incamminammo sulla via “vecchia” per Alberobello che per i primissimi chilometri coincide con quella per Noci. Giunte all’incrocio divisorio ecco che cominciò a tuonare. Già da Martina il cielo non prometteva molto ma temerarie continuammo e fiduciose non ci aspettavamo che di lì a poco la pioggia giungesse, chissà forse a benedire quel sacro percorso. Più praticamente però fummo costrette a chiedere riparo a una delle tante abitazioni sparse in Valle d’Itria il cui cuore ci accingevamo ad attraversare. Io un po’ timida mi sarei limitata a ripararmi sotto qualche tettoia esterna ma Loredana, più intraprendente di me, bussò a un campanello e cortesemente chiese di poter sostare sotto la veranda. Io avevo dimenticato dove mi trovavo, ossia in una terra dove la gente, vinta la diffidenza iniziale, è pronta a ospitarti in casa perfino. Così ci ritrovammo in pochi minuti sedute comodamente in veranda con tutta la famiglia, gatti e cane compreso. Non basta! “Chi sono io, chi sei tu, a chi sei figlio, come si metteva tuo nonno ecc.”. Non mancò l’assaggio dei dolci domenicali offerti dalla impeccabile padrona di casa, Imma, che aiutata dall’anziana madre ne aveva preparati anche al vin cotto. Poi si passò alle ricette e ai consigli su come accudire qualche pianta che abbelliva l’esterno della casa. Nel frattempo la pioggia era cessata e, malgrado la calda accoglienza, bisognava proseguire, approfittando dell’energia rinvigorita dal buon caffè di Imma. Non uno ma due ombrelli ci furono offerti preoccupandosi, i nostri nuovi amici, di invitarci a tornare quando volevamo. Arricchite da tanto calore proseguimmo sicure che nessuna pioggia ci avrebbe sopraffatte.

La pioggia aveva ravvivati i colori, il sole era tornato tiepido e l’azzurro intenso del cielo era adesso affollato agli orizzonti da strane nuvole che sembravano raccontarci storie con le forme assunte. Nel lento procedere dei nostri passi si osservava attentamente tutto quello che ci circondava, muretti, trulli, palmenti, case moderne, vigneti, querce secolari e si discorreva sulla bellezza di quel paesaggio, così tanto antropizzato ma per questo ricco di segni e significati. Io ogni tanto sfoggiavo qualche mia conoscenza sul luogo e Loredana mi ascoltava con molto interesse (o faceva finta, chi può saperlo). Eravamo così avide di cogliere ogni particolare di quella poesia, i profumi della nuova fioritura autunnale, di qualche pianta aromatica che cresce lungo i bordi della strada o l’odore della legna che ri-cominciava ad ardere nei camini. Tra le melodie ci accompagnò un sottofondo di cinguettii, gli abbai dei cani in lontananza e il canto di un gallo.

Camminando e camminando avvistammo un bel roseto, con rose variopinte grandi e piccole. Loredana fu tentata dal prenderne furtivamente una ma la convinsi che era meglio chiedere alla proprietaria, che era nel vicino orto (avremmo altrimenti vanificato il senso del nostro viaggio). L’anziana donna diffidente ci osservò senza proferir parola, quasi annusandoci prima, come fanno gli animali. Appena le fu detto che eravamo pellegrine dirette ad Alberobello ecco aprirsi un varco sul volto sospettoso della donna che prontamente ci rispose: «una cosa chiesta è già regalata». L’esame era superato, primo perché passammo per pie donne e secondo perché gentilmente chiedemmo senza rubare la rosa. La donnina vestita di nero, che si chiamava Concetta, si allontanò per prendere le forbici e ci tagliò una bella rosa a testa. Poi ci raccontò una storia: un giorno mentre lei lavorava nel suo orticello si fermò una macchina da cui uscì un signora “vestita elegante”, come ci disse. Ma tanta eleganza non rifletteva altrettanta raffinatezza se dopo un secondo la donna pensò di strappare le fresie di Concetta piantate lungo il bordo del muretto sul lato stradale, che tra l’altro servivano per il cimitero. Concetta accorse cercando di persuadere la donna a restituire i fiori. Ne nacque un litigio: “signora lei è pazza” si difendeva l’elegante signora; “e tu sei una ladra” rispondeva la povera Concetta. La lite si concluse con un ceffone sul muso “pittato” della signora, per dirla come la nostra Concetta che a sua volta ricevette una minaccia di denuncia da parte della ladra. E’ inutile sottolineare l’ilarità che suscitò in me e in Loredana tale racconto, perché accompagnato da una mimica e da un linguaggio caratteristici del luogo. Ora eravamo entrate pienamente nelle grazie di Concetta tanto che ci narrò qualche stagione della vita sua e ci confidò la recente perdita del marito; prima di salutarci, infine, ci raccomandò di pregare per il defunto marito appena giunte nel Santuario. La rassicurammo e ci congedammo, felici di tanta inaspettata ricchezza lungo la strada.

Nel frattempo ci avevano superato molti altri pellegrini, che procedevano a passo veloce e a testa bassa, dritti per la meta. Noi li salutavamo, qualcuno per cortesia ci rispondeva , i più ci snobbavano. Io pensai: « come sono ciechi, sordi e muti, gli auguro di ricevere una grazia di pronta guarigione dai Ss. Medici Cosma e Damiano». Decidemmo a questo punto di accelerare il passo perché l’autunno aveva già accorciato i pomeriggi e il tramonto si apprestava a sopraggiungere. Tuttavia un’altra sosta ci concedemmo per visitare un palmento all’aperto, ormai rari perché i più sono stati distrutti. Mentre osservavamo attentamente gli spazi destinati alle diverse fasi di vinificazione ecco passare un trattore con un omino alla guida. Nell’ambientazione bucolica fin qui dipinta l’incontro s’incastrava “a pennello”; peccato che costui vedendo due donne sole in un vigneto fu assalito da istinti primordiali, che per fortuna si limitarono a un colorito linguaggio allusorio. In un istante si frantumò tutta la poesia vissuta fino ad allora e fu profanato quell’alone di sacralità che accompagnava il nostro viaggio. Quasi perdemmo la bussola quando ci apparve in lontananza a un crocicchio una bellissima cappella votiva, tipica dei nostri luoghi. Una struttura in pietra a due spioventi nella cui nicchia è affrescata una Madonna con Bambino. Fu la Madonna che, perpetuando il suo millenario ruolo in quella collocazione, ci “indicò la retta via”. E noi si proseguì ormai verso il tramonto che accendeva tutto l’orizzonte, mentre già s’intravedevano in lontananza le luci di Alberobello. Ci affrettammo, giungemmo nel traffico della provinciale ma subito deviammo per un sentiero a sinistra e senza fermaci più raggiungemmo la Zona monumentale dei Trulli di Alberobello.

Sarà che sia io che Loredana pratichiamo escursionismo, sarà che i santi Cosma e Damiano danno forza ai loro pellegrini (nonostante la confessata motivazione profana del nostro viaggio) non eravamo stanche dopo i 16/17 chilometri circa percorsi. Così che risalendo la scalinata che fiancheggia la chiesa di santa Lucia e, attraversando il salotto della città, c’incamminammo verso il santuario, che superato il Municipio appare in lontananza, monumentale con le sue due torri laterali svettanti. Giunti al suo cospetto l’ultimo sforzo dei pellegrini è la scala esterna prima del sagrato. Poi in chiesa ognuno vive la propria dimensione di fede o di spiritualità. Io mantenni la mia promessa e mi diressi verso le statue dei Ss. Medici. Mi scusai per non essere credente, tuttavia chiesi a Cosma e Damiano (non si sa mai) di assicurare pace eterna all’anima del marito defunto di Concetta e di vegliare sulla brava donna. Tutto si era compiuto.

Uscite dalla chiesa, mentre si attendeva che venissero a prelevarci con la macchina per il viaggio di ritorno a Martina Franca (l’alternativa era ritornare a piedi e di notte, ma temevamo di rincontrare l’omino col trattore), pensieri ed emozioni affollarono la mia mente. 
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